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	<title>Forum dei Giovani &#187; Il teatro classico</title>
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		<title>Esperienze Teatrali</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 19:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il teatro classico]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Esperienze, riflessioni, note a margine ad un laboratorio teatrale nel "testo-diario" di Matteo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-150" title="laboratorio" src="http://www.forumdeigiovani.com/wp-content/uploads/2010/02/laboratorio1-150x150.jpg" alt="laboratorio" width="150" height="150" />Il <a href="http://www.liceovinci.it/default.php ">Liceo scientifico &#8220;Leonardo Da Vinci”</a> di Casalecchio di Reno (Bo), promuove un laboratorio teatrale con gli studenti, coordinato dal prof Michele Collina. Il giovedì di ogni settimana i “giovani attori” e il prof. Collina si incontrano in queste appassionanti attività di laboratorio, che hanno il piacere di condividere con noi attraverso il Forum dei Giovani.<br />
In allegato pubblichiamo le loro “Esperienze teatrali”, un diario di bordo dei loro primi incontri scritto da Matteo Filippelli</p>
<p><a href="http://www.forumdeigiovani.com/wp-content/uploads/2010/02/Esperienze-Teatrali-Prima-Parte-.pdf">Esperienze Teatrali</a> Testo di Matteo Filippelli</p>
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		<title>INDA giovani: partecipa al concorso</title>
		<link>http://www.forumdeigiovani.com/100-inda-giovani-partecipa-al-concorso-nazionale/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Oct 2009 09:08:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il teatro classico]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Partecipa al concorso nazionale scrivendo un testo dedicato ad uno dei drammi in cartellone]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong> </strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<div id="attachment_101" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><strong><img class="size-medium wp-image-101" title="DSC_6518" src="http://www.forumdeigiovani.com/wp-content/uploads/2009/10/DSC_6518-300x199.jpg" alt="Il Teatro Greco di Siracusa durante le Rappresentazioni Classiche" width="300" height="199" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Il Teatro Greco di Siracusa durante le Rappresentazioni Classiche</p></div>
<p><strong> </strong></p>
<p align="center">
<p align="center"><strong>XLVI  CICLO  DI SPETTACOLI  CLASSICI</strong></p>
<p align="center"><strong>TEATRO GRECO  DI  SIRACUSA</strong></p>
<p align="center"><strong>8  maggio  -  20  giugno  2010</strong></p>
<p align="center"><strong>CONCORSO NAZIONALE FRA GLI STUDENTI DELLE SCUOLE  MEDIE  SUPERIORI  PER  UN’ESERCITAZIONE  SU  UNO DEI DRAMMI  IN PROGRAMMA NELLA PRIMAVERA  2010<br />
</strong></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
<p>In occasione del XLVI ciclo di spettacoli classici, che avranno luogo dall’8 maggio al 20 giugno 2010 nel teatro greco di Siracusa  con la rappresentazione delle tragedie “Aiace” di Sofocle e “Fedra” (Ippolito portatore di corone) di Euripide, la Fondazione Istituto Nazionale del Dramma Antico promuove un concorso nazionale a premio tra gli studenti delle scuole medie superiori per un’esercitazione scritta su uno dei drammi in cartellone.</p>
<p>Tra gli elaborati ne saranno scelti dieci, i cui autori riceveranno l’invito ad assistere agli spettacoli, ospiti della Fondazione INDA.</p>
<p>Agli autori selezionati sarà rimborsato il biglietto aereo o ferroviario di andata e ritorno in 1° classe dalla sede di provenienza a Siracusa e viceversa e sarà offerta ospitalità a Siracusa per tre giorni. Per la scelta dei vincitori sarà nominata una commissione di cinque membri, studiosi di teatro antico.</p>
<p>Coloro che desiderano partecipare al concorso devono far pervenire non più tardi del 15 aprile 2010 alla sede della Fondazione INDA in Siracusa – Corso Matteotti,  29- il testo dattiloscritto (che non deve superare le 15/20 cartelle).</p>
<p>La firma dell’autore deve essere autenticata dal Dirigente Scolastico dell’Istituto al quale lo studente appartiene. Sull’elaborato stesso devono essere indicati la classe a cui lo studente è iscritto, la città di residenza, l’indirizzo e,  se possibile,  il numero telefonico.</p>
<p>I testi pervenuti dopo il 15 aprile non saranno presi in considerazione.</p>
<p>I  premiati riceveranno l’avviso entro il  2  maggio  2010.</p>
<p>La premiazione avverrà al Teatro Greco di Siracusa il 10 maggio nel corso della cerimonia di apertura del XVI Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p align="center"><strong> </strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La Bianca Notte Mediterranea</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 11:19:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il teatro classico]]></category>
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Un ciclo di letture intorno al sentimento della bellezza in vista del centenario dell’Istituto ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_92" class="wp-caption alignleft" style="width: 231px"><img class="size-medium wp-image-92" title="dan" src="http://www.forumdeigiovani.com/wp-content/uploads/2009/10/dan-221x300.jpg" alt="Gabriele D'Annunzio" width="221" height="300" /><p class="wp-caption-text">Gabriele D&#39;Annunzio</p></div>
<p>In vista delle celebrazioni del centenario dell’Istituto (1913-2013), la Fondazione INDA intende avviare una riflessione sugli anni che precedettero la nascita del Ciclo di Rappresentazioni Classiche a Siracusa, che ebbero il merito di salvare  un patrimonio umano di inestimabile valore e di difendere i valori fondanti della civiltà occidentale. Organizzando una serie di eventi sotto il titolo, preso in prestito al poeta Dino Campana, <a href="http://www.indafondazione.org/prometeus-rivista-online/bianca-notte-mediterranea/">“La Bianca Notte Mediterranea”, </a>si pensa di proporre anche letture dei grandi autori europei (Karl Kraus, Thomas Mann, Dino Campana, Gabriele D’Annunzio, Arthur Schnitzler, Bertolt Brecht, Erich Fromm) intorno al sentimento della bellezza.</p>
<p><strong>Tutti i giovani sono invitati a inviare proposte, scrivere le loro idee  o segnalare testi inerenti al tema</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.indafondazione.org/prometeus-rivista-online/bianca-notte-mediterranea/">Il progetto</a><br />
</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il Teatro Classico</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Oct 2009 14:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il teatro classico]]></category>
		<category><![CDATA[category presentation]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Istituto Nazionale del Dramma Antico sceglie voi giovani come interlocutori privilegiati a cui dedicare una parte importante delle proprie attività, sia attraverso il Festival, sia grazie a una serie di appuntamenti orientati alla formazione: laboratori didattici, incontri con docenti e professionisti del mondo teatrale, lezioni-spettacolo nelle scuole. Questa sezione del Forum aspira a divenire una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Helvetica,sans-serif; font-size: x-small;">L’Istituto Nazionale  del Dramma Antico sceglie voi giovani come interlocutori privilegiati  a cui dedicare una parte importante delle proprie attività, sia attraverso  il <em>Festival</em>, sia grazie a una serie di appuntamenti orientati  alla formazione: laboratori didattici, incontri con docenti e professionisti  del mondo teatrale, lezioni-spettacolo nelle scuole.<br />
Questa sezione del Forum aspira a divenire una vera e propria rivista  on-line, una <em>agorà</em> virtuale in cui pubblicare articoli, approfondimenti  sul teatro classico ma anche esperienze e riflessioni su temi che spazino  liberamente dal mondo antico all’attualità: la voce dei giovani,  uno sguardo sul mondo, anche “oltre della scena”.</span></p>
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		</item>
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		<title>Aiace di Sofocle</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 17:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stagione INDA 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[Aiace di Sofocle I temi e l’azione drammatica Prologo Il dramma si apre con un dialogo tra Atena e Ulisse, dinanzi la tenda di Aiace, sul mare, vicino al campo Acheo sotto le mura di Ilio. Alla morte di Achille le armi dell’eroe erano state assegnate ad Ulisse anziché ad Aiace, suscitando la collera del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Aiace</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>di Sofocle</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>I temi e l’azione drammatica</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Prologo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il dramma si apre con un dialogo  tra Atena e Ulisse, dinanzi la tenda di Aiace, sul mare, vicino al campo  Acheo sotto le mura di Ilio.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Alla morte di Achille le armi  dell’eroe erano state assegnate ad Ulisse anziché ad Aiace, suscitando  la collera del guerriero che per valore in battaglia si considerava  il naturale “erede” di Achille<sup>1</sup>. Proprio temendo la sua  reazione Ulisse si trova lì per spiarlo e verificare se sia l’autore,  come dicono, della strage notturna del bestiame preda dei Greci.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Atena conferma l’accaduto  e nello stesso tempo lo tranquillizza: è stata lei ad instillare la  follia nella mente di Aiace “facendogli balenare false immagini”  davanti agli occhi, affinché scatenasse contro gli animali la violenta  vendetta che altrimenti avrebbe rivolto ai Greci: ancora, chiuso nella  tenda, crede di torturare i capi dell’esercito greco. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Atena ne dà dimostrazione  chiamando Aiace e interrogandolo dinanzi ad Ulisse, reso invisibile  agli occhi dell’avversario grazie ai poteri della dea.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Tuttavia, anziché gioire o  schernirlo (come fa Atena), Ulisse è mosso a pietà per la sorte dell’avversario,  che diviene emblema della fragilità umana.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Parodo<br />
</strong>Il coro di marinai intona un canto pieno di angoscia per via delle  dicerie su Aiace e sulla ignominiosa strage notturna.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Lo invita a confutarle e a  mostrare la verità apertamente. Ma il dubbio lo attanaglia, sebbene  stia comunque dalla parte di Aiace: se fosse vero, se egli fosse giunto  a questo atto sinistro, la responsabilità sarebbe certamente da attribuire  a una divinità avversa. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Primo episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Esce dalla tenda Tecmessa,  la concubina di Aiace, che descrive ai marinai la condizione in cui  versa l’eroe soffermandosi sui dettagli più cruenti: lo scempio delle  greggi, le reazioni folli dell’eroe che oscilla tra collera e compiacimento  per la vendetta illusoria, il terribile “risveglio” alla realtà  che provoca in lui disperazione e, soprattutto, vergogna.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Quello dell’onore perduto,  dell’antitesi tra la gloria del padre Telamone e lo scherno cui invece  è esposto, diviene ora l’assillo di Aiace. Brucia ancora la collera  per le armi negate, quando le sue parole si tingono di odio verso gli  Atridi e Ulisse che ora “ridono di lui”.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Dinanzi a questo, non sortiscono  alcun effetto le invocazioni di Tecmessa, la sua preghiera di non darsi  la morte, esponendo all’umiliazione lei ed il figlio.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Aiace prosegue il suo discorso  come se fosse un lungo monologo, quasi senza interagire con Tecmessa,  se non imponendole il silenzio con parole aspre che le ricordano la  subordinazione che spetta a una donna. Al figlio Eurisace lascia il  suo scudo indistruttibile di sette strati di pelle bovina, una richiesta  esplicita ad equiparare le gesta del padre in battaglia.<br />
Aiace esprime la volontà che sia suo fratello Teucro ad occuparsene;  poi manda via Tecmessa  con il figlio, e si chiude, solo, dentro la  tenda.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Primo stasimo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il canto del coro è rivolto  a Salamina, patria di Aiace. I marinai rivolgono il pensiero ai genitori  dell’eroe, destinati e provare un grande dolore: sembrano perdute,  vanificate, le gesta gloriose compiute sul campo di battaglia.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Secondo episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il secondo episodio è  un toccante discorso di Aiace in cui sembra che egli abbia mutato animo:  non vuole – dice –  abbandonare Tecmessa e fare di suo figlio un  trofeo in mano ai nemici; andrà in riva al mare, a purificarsi, poi  cercherà un luogo deserto in cui seppellire la spada, dono del troiano  Ettore, la più odiosa delle armi perché  “i doni dei nemici non  sono doni e non portano fortuna”. Queste dunque le sue nuove determinazioni:  riconoscerà il potere degli Atridi, imparerà a rispettare i capi;  bisogna riconoscere la possibilità del cambiamento che trasforma in  amici i nemici ma che a sua volta può mettere in discussione anche  i rapporti di amicizia che si considerano duraturi. Rivolgendosi a Tecmessa,  la invita ad entrare nella tenda e al coro lascia un messaggio per Teucro:  deve avere cura di Aiace e dei suoi cari. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il discorso di Aiace ha una  precisa funzione strategica perché gli permette di allontanarsi dalla  tenda, da Tecmessa e dal coro dopo averli tranquillizzati, ma è anche  un meccanismo drammaturgico ricercato da Sofocle: la falsa buona notizia  che allenta la tensione e rende l’evento imminente ancora più drammatico,  perché successivo ad una riacquisita speranza<sup>2</sup>. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Secondo stasimo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il secondo stasimo è  un inno di gioia per il rinsavimento di Aiace, un canto di sollievo  e speranza che allenta la tensione prima del tragico sviluppo della  storia.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Terzo episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Giunge il messaggero che annuncia  l’arrivo di Teucro e racconta l’orribile accoglienza riservatagli  dai Greci, di come lo abbiano ricoperto di insulti ed esposto al ludibrio  per la follia del fratello.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Quando il messaggero apprende  che Aiace non si trova più nella tenda, riferisce le parole del profeta  Calcante secondo cui Aiace avrebbe dovuto rimanervi chiuso per l’intera  giornata: per un solo giorno infatti Atena avrebbe continuato a perseguitarlo,  poi sarebbe stato libero. E ne spiega anche le ragioni raccontando alcuni  episodi in cui Aiace aveva oltrepassato il limite, rifiutando l’aiuto  degli dei in battaglia, come se ne avessero bisogno solo i deboli e  in qualche modo offuscassero il suo valore.<br />
Per questo Aiace aveva attirato l’ira della dea oltrepassando ogni  misura.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il racconto del messaggero  allarma Tecmessa che manda a chiamare Teucro; nel frattempo il coro  si divide in due schiere, alla ricerca di Aiace: tutti tentano di salvare  quest’uomo che vuole morire.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Cambia la scena.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Aiace è solo. Ha piantato  la spada al suolo per scagliarsi su di essa e trarne morte sicura. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La perdita dell’onore di  fronte alla collettività dei soldati Achei, che dopo la strage delle  greggi lo giudicano un folle e un assassino quando non un nemico, significa  per un eroe “omerico” – come in qualche modo continua ad essere  questo Aiace sofocleo &#8211;  la cancellazione della sua identità. Da questo  punto di vista la scelta dell’autoemarginazione e autoannientamento  è l’unica risposta possibile e coerente che egli possa dare.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Prima di darsi la morte, Aiace  invoca Zeus perché lo assista e, introducendo un tema che dominerà  nella seconda parte della tragedia, chiede che sia Teucro a sollevare  il suo corpo e a ricomporlo, perché non sia lasciato insepolto, in  pasto ai cani e agli uccelli. Aiace rimane fino all’ultimo istante  coerente con se stesso, sia negli slanci di ira verso gli Atridi quando  li maledice augurando loro di morire per mano dei parenti più prossimi,  sia nell’orgoglio con cui invoca la morte quasi sfidandola, come guardandola  negli occhi.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Un ultimo pensiero è rivolto  alla terra natale, un tributo estremo a Salamina e ad Atene.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> <strong>Canto corale</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>(epiparodo  e commo)</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">I due semicori rientrano in  scena “a mani vuote”; nessuno di loro ha trovato Aiace. E’ Tecmessa  a dare l’annuncio della sua morte: sarà lei ad avvolgerlo in un mantello  e invoca il nome di Teucro perché giunga ad aiutarla. Torna nelle parole  del coro il tema dello scherno del nemico, di questi Atridi che ridono  alle spalle di Aiace in una immagine fosca e terribile. Tuttavia Tecmessa  non se ne cura, presa dal suo dolore.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Quarto episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Entra in scena Teucro, piangendo  la sorte di Aiace. Quando il coro gli comunica la volontà del fratello  di affidargli il figlio, questi pronuncia una rhesis che oscilla tra  il dolore per il lutto e la preoccupazione per il proprio onore. Pensa,  Teucro, alla accoglienza che gli riserverà il padre Telamone, temendo  di essere considerato da lui un codardo, incapace di proteggere il fratello,  forse anche traditore ed invidioso, come se tramasse alle sue spalle  (Teucro è infatti fratellastro di Aiace, figlio di Telamone e di una  donna non greca). E anche tra i Greci avrà molti nemici perché fratello  di Aiace. Teucro evoca  l’infausto scambio di doni tra Aiace  ed Ettore e di come in entrambi i casi il dono sia divenuto strumento  di morte: con la cintura donata da Aiace a Ettore il corpo dell’eroe  troiano fu attaccato al carro di Achille e trascinato per il campo di  battaglia; gettandosi sulla spada di Ettore, Aiace ha trovato la morte.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Arriva Menelao che si mostra  subito sfrontato, irrispettoso. Sembra quasi un Creonte ante litteram,  quando vuole impedire la sepoltura di Aiace, considerato un traditore.  Ed è ancora, come nell’Antigone, un fratello a tutelare il corpo  del defunto, accusando i detentori del potere di sovvertire le leggi  divine. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Teucro esce di scena dopo avere  affidato temporaneamente Tecmessa e suo figlio al coro di marinai.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Terzo stasimo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il canto corale è ora  un lamento privo di speranza, un canto pieno di stanchezza per le sofferenze  patite.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Esodo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Entra in scena Agamennone,  che umilia Teucro definendolo figlio di una schiava, un barbaro privo  di ogni diritto su Aiace; questi  invece rivendica il valore del legame  di sangue, per cui è disposto a dare la vita<strong>. </strong> Il dibattito etico-politico sulla sorte del cadavere di Aiace occupa  tutta la seconda parte del dramma: da un lato i due Atridi, massima  autorità dell’esercito acheo, con l’ordine che il corpo di Aiace  sia privato di qualsiasi rito funebre, così da punirlo del suo tradimento.  Dall’altro il fratello Teucro, che cerca di far prevalere il diritto  dei familiari di dare al morto una sepoltura conveniente, esprimendo  una concezione del mondo in cui ogni cosa viene ricondotta alla volontà  divina. Teucro, come Antigone, è mosso da questa pietas, per lui la  sepoltura del fratello è un dovere sacro e inviolabile: nessun ordine  dell’autorità politica o militare può fare cadere questa prerogativa  che affonda le sue radici  nella tradizione e nell’ideologia  aristocratiche.<br />
Il linguaggio degli Atridi si muove invece su un’altra scala di valori.  Menelao sostiene la necessità dell’obbedienza a chi ricopre cariche  di governo e dunque, contemporaneamente, l’importanza del rispetto  delle norme e l’efficacia della paura (intesa come timore dell’autorità  e della punizione esemplare) come fondamentale strumento di sicurezza  e stabilità politica.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Agamennone usa chiaramente  il linguaggio della democrazia ateniese quando enuncia il principio  per cui la maggioranza decide e la minoranza deve rimettersi al volere  dei più: in seguito ad una votazione e non per una sua decisione personale  le armi erano state assegnate a Ulisse. Nonostante questo, Aiace si  era ribellato, accusandoli di “broglio”, di aver comprato i voti.   Da un certo punto di vista la “spietatezza tirannica” degli Atridi  è una conseguenza diretta del loro seguire rigidamente regole e comportamenti  presentati come legittimi.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il conflitto sembra insanabile,  come in Antigone, ma a segnare la differenza tra i due drammi interviene  un personaggio capace di mediare: è proprio Ulisse, che convince Agamennone  a dare sepoltura di Aiace usando precisi argomenti che sembrano vere  e proprie “linee guida” offerte dal drammaturgo a chi governa la  città. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Vi è un principio di giustizia  che viene prima di tutto e che nessuno può calpestare, neanche chi  detiene il potere; offendere l’onore di un morto significa non rispettare  le leggi degli dei; l’odio verso il nemico non deve mai impedire di  riconoscerne il valore; nessuno può oltraggiare i morti.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ma accanto a questo buonsenso,  a quel pragmatismo che rende il sovrano flessibile e misurato gradito  al suo popolo (ancora, declinata in modo diverso, la preoccupazione  per l’opinione pubblica), Ulisse è spinto anche da un’altra riflessione,  che riconduce a quanto aveva espresso nel prologo, dinanzi alla dea  Atena: nel suo avversario in qualche modo si specchia, vedendo in lui  la fragilità che accomuna tutti gli uomini e la terribile possibilità  di patire le stesse sofferenze. Da questa “malinconica consapevolezza”  egli trae misura e saggezza: adesso Teucro può riservare al defunto  i giusti onori.</span></p>
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		<title>INDA 2010: Fedra e Aiace al Teatro Greco</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 17:52:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Stagione INDA 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[XLVI CICLO DI RAPPRESENTAZIONI CLASSICHE Teatro Greco di Siracusa 8 Maggio / 20 Giugno 2010 Aiace di Sofocle Fedra (Ippolito portatore di corone) di Euripide Il XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche si aprirà l’8 maggio 2010, con l’Aiace di Sofocle per la regia di Daniele Salvo e con Maurizio Donadoni nel ruolo del protagonista; il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>XLVI CICLO DI RAPPRESENTAZIONI  CLASSICHE</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Teatro Greco di Siracusa<br />
8 Maggio / 20 Giugno 2010</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Aiace</strong><br />
<strong>di Sofocle</strong></span></p>
<p><strong>Fedra (Ippolito portatore di corone)</strong><br />
<strong>di Euripide</strong></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: x-small;"><strong><em>Il XLVI Ciclo di Rappresentazioni  Classiche</em></strong><em> </em><strong><em>si aprirà  l’8 maggio 2010, con l’</em>Aiace<em> di Sofocle per la regia di Daniele  Salvo e con Maurizio Donadoni nel ruolo del protagonista; il 9 maggio  sarà la volta di </em>Fedra<em> (Ippolito portatore di corone) di Euripide,  per la regia di Massimo Castri e con Elisabetta Pozzi nel ruolo di Fedra.  I due drammi saranno rappresentati a giorni alterni fino al 20 giugno  2010.<br />
</em></strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Con l’immagine di una Medea  potente e per certi versi insondabile, di un Edipo che si appropria  del suo destino senza tuttavia svelarne l’ultimo enigma ai suoi discendenti,  si concludeva la stagione INDA 2009, con un epilogo sulla natura misteriosa,  inafferrabile, della vita e della morte. L’irrazionale che irrompe  nella esistenza umana, temuto perché incontrollabile nel suo potere  di devastazione, diviene il filo conduttore del XLVI Ciclo di Spettacoli  Classici che porta sulla scena del Teatro Greco di Siracusa due personaggi  immensi: Aiace e Fedra.<br />
Scritto probabilmente intorno al 450 a.C. (la datazione è incerta),  l’<em>Aiace</em> ha come protagonista l’eroe omerico che di quel mondo  arcaico mantiene intatti la forza, il carattere, il sistema di valori.  Soprattutto, quella collera incontrollabile che lo porta a desiderare  lo sterminio dei Greci quando, a vantaggio di Ulisse, lo privano delle  armi del defunto Achille, di cui si considera a pieno titolo l’erede.<br />
Aiace crede di sterminare i suoi compagni, li guarda in faccia mentre  li tortura dentro la sua tenda non sapendo di aver ucciso bestiame al  loro posto, grazie all’intervento di Atena che lo confonde con immagini  false e illusorie: la violenza efferata di Aiace si mescola alla “follia”  instillata dalla dea culminando, dopo il “risveglio” alla realtà,  nell’unico esito  possibile agli occhi dell’eroe, il suicidio. Ed  è questo lo stesso destino di Fedra, che nutre per il figliastro Ippolito  una insana, terribile passione suscitata in lei da Afrodite, un <em>eros</em> concepito come forza che atterrisce perché in grado di trascinare l’uomo  in un baratro di dolore. Ma questo destino di “amore e morte”, di  nozze illecite apparentemente provocato da un intervento esterno, divino,  è in qualche modo come una malattia genetica di Fedra, che ricorda,  parlando con la nutrice, la madre Pasifae, colpevole dell’amore bestiale  per il toro (da cui generò il Minotauro) e Arianna, la sorella amata  da Dioniso. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Questo dramma fu rappresentato  nel 428. La tragedia è da considerarsi a tutti gli effetti una Fedra,  perché l’indimenticabile figura femminile ne è protagonista indiscussa,  sebbene la titolazione tramandata riporti <em>Ippolito</em> <em>portatore  di corone</em>, con un epiteto distintivo rispetto a una precedente versione.<br />
Ma questa “Fedra” euripidea – destinata ad incidere profondamente  nel teatro e nella letteratura occidentale attraverso numerose “versioni”  (Seneca, Racine, D’Annunzio, Ritsos, Cvetaeva…) – è essa stessa  una riscrittura, concepita dal drammaturgo a seguito di un <em>Ippolito  velato</em> che sembra non avesse riscosso l’approvazione degli spettatori  ateniesi per l’immoralità di Fedra e delle sue proposte dirette e  sfrenate al figliastro (che per questo si copriva il viso inorridito,  da cui l’epiteto “velato”). La seconda versione, con cui Euripide  vinse l’agone drammatico, testimonia dunque, in qualche misura, un  dialogo tra il drammaturgo e la città, e trasforma il vincolo in occasione  divenendo un “capolavoro della reticenza” proprio nell’episodio  in cui Fedra confessa i suoi sentimenti alla nutrice. Paradossalmente,  Fedra ed Ippolito non si incontrano mai, se non attraverso questo terzo  personaggio che assume una funzione drammatica e uno spessore straordinariamente  importante, <em>shakespeariano ante litteram</em>.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">In questi drammi la follia  non si manifesta semplicemente come una malattia che si espande e porta  alla morte; non avrebbe lo stesso potere di annientare i protagonisti   se non si unisse ad un altro elemento, ad un secondo <em>leitmotiv</em> che li attraversa, pur in modo diverso: la vergogna, il pudore, il rapporto  con la comunità che ne misura costantemente gli sguardi e l’opinione.  E lo fa a tal punto da compensare l’onore irrimediabilmente perduto  con il gesto estremo del suicidio: la vergogna supera la colpa. Fedra  e Aiace lasciano rispettivamente la scena circa a metà della tragedia  (Aiace al verso 632; Fedra al verso 731), ma il loro potere di influenza,  la loro centralità nell’architettura del dramma rimane immutata,  se non persino amplificata. Così, la reticente Fedra, che ancora nel  dialogo con la nutrice sembra ferma nel proposito di non fare dilagare  la passione che la invade, finirà con l’esprimere, attraverso la  vendetta, lo stesso lato oscuro e potente che la accomuna ad un’altra  donna, come lei di stirpe solare, Medea. E, ancora, come nelle <em>Trachinie</em> di Sofocle “i morti uccidono i vivi” (lì è il filtro con il sangue  donato dal centauro morente, qui la lettera ingannevole della regina  suicida); tuttavia, diversamente da Deianira perché estremamente lucida  nella decisione, Fedra annienta volutamente l’oggetto del suo desiderio.  Una rete di rimandi e rispecchiamenti, di antitesi e citazioni, ora  velate ora esplicite, lega questi capolavori del teatro antico.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Allo stesso modo, la seconda  parte dell’<em>Aiace</em> prelude al grande tema che diventerà centrale  in <em>Antigone</em>: il dibattito sulla sepoltura che qui contrappone  la <em>philia</em> di Teucro nei confronti del fratello defunto al veto  dell’Autorità (Agamennone e Menelao) contro il traditore, perché  rimanga insepolto. Ma nell’<em>Aiace</em> il conflitto ha un esito diverso  rispetto all’<em>Antigone</em>, grazie all’intervento di Ulisse che,  con il suo invito alla misura nei sentimenti e al rispetto dei vivi  come dei morti, sembra esprimere un monito esplicitamente rivolto a  chi guida la città. C’è in lui una profonda forma di saggezza che  è insieme dote politica e conquista interiore, da cui tuttavia emerge  la “malinconica consapevolezza” di chi nell’avversario  sconfitto  riesce a specchiarsi, vedendo in lui la fragilità della condizione  umana.</span></p>
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		<title>Fedra</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 12:35:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>La Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stagione INDA 2010]]></category>

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		<description><![CDATA[Fedra (Ippolito portatore di corone) di Euripide I temi e l’azione drammatica Prologo La tragedia è ambientata a Trezene dove Teseo è in esilio per un anno, per scontare l’omicidio (seppur per “legittima difesa”) dei figli di Pallante. Nello sfondo la reggia di Pitteo (nonno materno di Teseo), davanti alla quale sorgono le statue di Artemide e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Fedra (Ippolito portatore di corone)</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>di Euripide</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>I temi e l’azione drammatica</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Prologo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La tragedia è ambientata a Trezene dove Teseo è in esilio per un anno, per scontare l’omicidio (seppur per “legittima difesa”) dei figli di Pallante. Nello sfondo la reggia di Pitteo (nonno materno di Teseo), davanti alla quale sorgono le statue di Artemide e Afrodite.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">E’ proprio la dea dell’eros ad introdurre il dramma, raccontando l’offesa infertale da Ippolito, il figlio di Teseo e della Amazzone. Il giovane, infatti, la rifiuta, proclamandola la peggiore delle divinità; per di più onora Artemide, e trascorre il suo tempo cacciando in mezzo ai boschi, dedito ad una idea di purezza del tutto inconciliabile con il mondo di Afrodite.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">La dea decide così – e lo dichiara apertamente nel prologo – di vendicarsi, con un piano che giungerà a compimento nella stessa giornata: lei stessa ha infatti instillato nel cuore di Fedra, la sposa di Teseo, un insano terribile amore per il figliastro Ippolito. Ora la donna si consuma in silenzio, ma il suo segreto non durerà a lungo: Teseo scoprirà tutto e ucciderà il figlio grazie alle maledizioni che per tre volte suo padre Posidone gli ha concesso di mandare a compimento. Gli infausti annunci di Afrodite culminano con quello della morte di Fedra, e proprio con queste parole la dea svanisce. Nel frattempo Ippolito, reduce dalla caccia, si avvicina al simulacro di Artemide con un seguito di cacciatori, per onorarla portandole una corona di fiori (da qui il titolo Ippolito portatore di corone). Il giovane disdegna apertamente Afrodite, nonostante l’invito alla moderazione e al rispetto pronunciato da uno dei suoi servi.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Parodo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Entra in scena il coro di donne di Trezene, portatore di un universo femminile fatto di confidenze ed empatia. Le donne sono preoccupate per Fedra, per quel malessere misterioso che la consuma e per cui digiuna; si interrogano sulle possibili cause della sua “malattia”, con un contrappunto quasi ironico alla verità di cui ribalta soggetti e termini (l’ira di Artemide, un tradimento di Teseo?;), ma non trovano risposta.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Primo episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Entra in scena la nutrice, sorreggendo Fedra che sembra essere in preda a un delirio. Fedra parla per visioni che sembrano inconsciamente percorrere, ricalcare, proprio l’immaginario di Ippolito: fonti d’acqua fresca, prati fioriti, cani da caccia che inseguono cervi, selve, montagne…La donna non sembra essere solo sofferente ma anche fuori di sé, quando invoca Artemide, la divinità per eccellenza di Ippolito.<br />
Questo vaneggiamento rende la nutrice sempre più ansiosa di conoscere la verità, per potere aiutare la sua padrona, ma Fedra è talmente dominata dalla vergogna da chiederle di coprirle la testa con un velo, come se volesse sparire: “rinsavire è dolore, essere pazzi è male; il meglio è morire senza conoscere” (vv.247-250)<sup>1</sup>. Come prima aveva fatto il coro, anche la nutrice esprime alcune ipotesi sulle cause della sofferenza di Fedra; le chiede se abbia qualche malattia di cui prova vergogna a parlare, poi fa riferimento ai figli che lei deve proteggere dal fratellastro, in una visione concentrata sulle loro relazioni dinastiche.<br />
Fedra cede lentamente, la sua confessione si articola attraverso una lunga poesia della reticenza, una penosa transizione che diventa l’epicentro della azione tragica. E il dissidio tra questa Fedra che si dibatte tra censura e impulso a dire la verità, tra passione e norma etica, prende forma in una rivelazione graduale e sofferta.  Prima il silenzio, poi la rivelazione equivocata quando la nutrice crede che Ippolito sia ostile, un pericolo per i legittimi figli di Fedra e Teseo, o quando ipotizza persino una infedeltà di Teseo.<br />
In un crescendo che porta all’estremo la tensione, la nutrice si getta come supplice ai piedi di Fedra: l’anello sta per chiudersi. Giunta ai margini della confessione, Fedra è come rapita dal passato della sua stirpe familiare, di cui rievoca le mostruosità erotiche: la madre Pasifae colpevole dell’amore bestiale per il toro (da cui genererà il Minotauro), Arianna, la sorella amata da Dioniso dopo il doloroso abbandono (perpetrato proprio da Teseo). Per Fedra l’amore non è “la cosa più dolce e la più amara insieme” come afferma la nutrice usando parole che ricordano la struggente voce di Saffo, ma una esperienza di dolore assoluto: “io ne conosco solo il dolore” (vv 347-349).<br />
Poi, finalmente, la rivelazione, il punto di non ritorno del dramma: l’oggetto di questo amore-dolore è Ippolito.<br />
La nutrice rimane come smarrita, ma subito dopo cerca ancora di aiutare Fedra, rivelando un sentimento incondizionato verso di lei. Con parole che ricordano quasi l’Elena delle <em>Troiane</em> euripidee, la nutrice scarica tutta la responsabilità su Afrodite; poi offre a Fedra il suo aiuto lasciando intravedere la possibilità di usare filtri magici in grado di farla guarire da questo amore e, con questo auspicio, entra nel palazzo promettendole di mantenere il segreto.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Primo stasimo<br />
</strong>Il canto corale è dedicato a Eros invocato ma anche temuto come una forza ingovernabile capace di annientare gli uomini. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Secondo Episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Fedra si avvicina alle mura della reggia e ode urla provenienti dal suo interno; è Ippolito che inveisce contro la nutrice accusandola di oltraggiare il letto del suo signore. La nutrice ha parlato ad Ippolito, nel tentativo di aiutare Fedra che ora la accusa di aver curato la sua malattia “con affetto, ma non con onore” (596-97): per questo, l’unica soluzione è morire al più presto.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il loro animato dialogo continua fuori dal palazzo, sulla scena, quando Ippolito minaccia di raccontare a tutti la verità nonostante sia sottoposto al vincolo del giuramento; infine – rivolgendosi alla nutrice – il giovane pronuncia una lunga <em>rhesis</em> contro le donne e contro Fedra. Finché il padre  è lontano sarà fuori di casa, poi rientrerà per vedere con quale coraggio riusciranno a guardarlo in faccia.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ora è Fedra a parlare con il coro e la nutrice (paradossalmente, Fedra e Ippolito non parlano mai), accusata di aver tradito la promessa parlando ad Ippolito ed esponendola alla vergogna. A questo punto la dichiarazione del suo proposito di morte si connota di tinte ancora più fosche perché ad essa si legherà non solo la salvezza del suo onore ma anche la rovina di Ippolito con una calunnia che nessuno &#8211; così crede &#8211; potrà confutare. Fedra esce definitivamente di scena.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Secondo stasimo<br />
</strong>Il canto corale, per certi versi svincolato dall’azione drammatica,  è qui l’espressione di un desiderio di fuga “ai confini del cielo”, una evasione dall’infelice condizione che attanaglia l’essere umano. Ma il pensiero ritorna alla regina cretese, alle sue nozze infelici e alla malattia instillatale da Afrodite.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Terzo episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Si ode dall’interno della reggia la voce della nutrice che chiede aiuto, per sciogliere il nodo al collo di Fedra. Il coro reagisce in modo discordante, tra chi vuole entrare e chi in qualche modo si disimpegna. Giunge Teseo con il suo seguito e, non appena chiede spiegazioni sulle urla provenienti dalla casa e sulla “insolita” accoglienza riservatagli, riceve l’annuncio della morte di Fedra. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il ritmo dell’azione si fa sempre più concitato: quando a Teseo viene consegnata una lettera di Fedra che accusa apertamente Ippolito di avere usato violenza contro di lei, questi decide immediatamente di usare contro il figlio una delle tre maledizioni che il padre Posidone avrebbe esaudito per lui. A nulla serviranno le parole di Ippolito che subisce incredulo in silenzio le imprecazioni del padre, affermando la propria innocenza pur senza accusare Fedra, onorando il vincolo al silenzio impostogli dal giuramento. Ippolito viene cacciato, ma prima di andare via invoca la splendida Atene e, per l’ultima volta, la dea Artemide, definita compagna di vita e di caccia.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Terzo stasimo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il canto corale è un saluto struggente ad Ippolito, un canto rivolto alla sua giovane vita stroncata dalla collera del padre nonostante la sua innocenza.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Quarto episodio</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Entra in scena un messaggero alla ricerca di Teseo, per portargli notizia di quanto è accaduto ad Ippolito, ormai in fin di vita. Ippolito era giunto sulla riva del mare piangendo, con un seguito di amici e coetanei; i servi gli avevano preparato i cavalli e si era messo in cammino invocando Zeus affinché suo padre venisse a conoscenza della verità. D’un tratto, lungo la strada che va verso Argo ed Epidauro, mentre il giovane Ippolito si trova alla guida del carro nei pressi di un promontorio isolato, da un enorme flutto emerge un mostro marino dalle sembianze taurine; terrorizzate, le cavalle non riconoscono più la mano di Ippolito né la direzione del carro, che si schianta violentemente contro le rocce. L’infelice rimane avviluppato nelle redini in modo inestricabile, il suo corpo viene straziato finché, sciolto dai legami, rimane a terra, agonizzante. Questo il racconto del messaggero, che Teseo ascolta con freddezza, senza pietà, ordinando poi di portare Ippolito dinanzi a lui.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Quarto stasimo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Il quarto stasimo è una ultima evocazione di Afrodite, capace di trascinare l’animo inflessibile degli dei e degli uomini. Ma in qualche modo anticipa l’apparizione di un’altra divinità.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Esodo</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Appare Artemide: il cerchio del dramma si chiude come si era aperto, con la divinità antagonista rispetto ad Afrodite. Gli dei sono in questo dramma il motore tradizionale di una azione drammatica che tuttavia si costruisce nella soggettività dei personaggi, nei loro sforzi di autodeterminazione, nella dialettica costante tra <em>aidos</em> (pudore) e <em>eros</em>.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Sarà Artemide a rivelare la verità a Teseo, rimproverandolo della sua decisione affrettata, presa senza aver indagato, senza avere dato tempo alla giustizia di fare il suo corso. Quando Ippolito straziato e in fin di vita è portato dinanzi a Teseo, Artemide lo invita a perdonare il padre, vittima della propria ignoranza, ed il giovane segue il consiglio della sua dea assolvendolo in quanto, come lui, sottomesso ad una volontà divina.<br />
Artemide promette vendetta, alludendo ad un giovane preferito da Afrodite (si tratta di Adone, sebbene non sia esplicitamente nominato); inoltre, a Ippolito saranno per sempre concessi onori nella città di Trezene. Tuttavia, questa risoluzione in chiave mitico-religiosa non solleva i mortali dal dolore, come affermano le parole conclusive del coro:  “ci sarà molto ondeggiare di lacrime, giacché colpiscono di più le vicende che colpiscono gli eroi”.</span></p>
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